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Connessioni tra Zen ed Arti Marziali

Intervista al M.° Gentetsu Tiberti sulle Connessioni tra Zen ed Arti Marziali

D.: “Maestro, ci può riassumere la connessione fra lo Zen ed il Budo?”

R.: La connessione che esiste fra lo Zen ed il Budo è la stessa che esiste fra lo Zen ed ogni forma di “arte” connessa al “Do”. In effetti, in Giappone, la nozione di “arte” è totalmente inseparabile dal concetto di “Do”. Ora, se per “Do” intendiamo la traslitterazione del termine cinese “Tao” nella cultura giapponese, “Do” significa la “Via”. Per “Via”, “Do”, si deve intendere un percorso interiore che l'essere umano compie non a partire dal proprio io individuale, per tornare ad esso, ed in esso riconfermarsi, ma che, invece, compie a partire dalla ricerca di una condizione che vuole superare i limiti condizionati di questo piccolo “Io” individuale. Questa condizione, che è la base di tutte le arti giapponesi, è detta “MUGA, cioè NON-IO. NON-IO è un concetto di difficilissima comprensione per noi occidentali, che saremmo portati ad attribuirgli un significato negativo, ma, in realtà, questo significato è invece totalmente positivo, laddove, NON-IO significa negazione della nozione della realtà di un io sostanziale,per affermare la realtà di una più vasta forma di Coscienza Assoluta, totalmente libera ed in piena armonia con ogni più piccola parte dell'universo intero. E' a partire da questa condizione di MUGA che l'artista, allora, non esprime più soltanto la proiezione del proprio io individuale, per quanto raffinata o tecnicamente pregevole, ma esprime, invece, la realtà nuda e pura dell'intima essenza delle cose, che, in quanto tali, riflettono il mistero sacro ed insondabile dell'esistenza. Dunque, il gesto dell'Artista Marziale diventa libero, perfetto, adeguato, collocato nel giusto rapporto Spazio-Tempo, che è il Relativo che esplode nell'Assoluto, il giusto “MA”. E così, sarà per l'Arte dei Fiori, dove la composizione non riflette soltanto il gusto estetico dell'Io individuale dell'Artista, ma indica, velatamente, l'energia della Primavera stessa, che ha consentito al fiore di sbocciare, ed all'Artista di coglierlo e comporlo. Per il Tè sarà bere “Qui ed Ora”, e dunque il bere diventa un atto che riflette l'eterno stesso perché “E'” l'atto in sé; scrivere o dipingere vuol dire esprimere nel simbolo l'essenza stessa di ciò che il simbolo rappresenta, in una fusione completa fra gesto e rappresentazione, fra causa ed effetto, fra tempo e spazio, tra forma ed essenza

D.: “E dunque, quale è il rapporto fra Zen, Muga e Do?”

R.: “La condizione di Muga è la condizione base nello Zen per realizzare la condizione di MUSHIN; Mushin può essere tradotto come “Vuoto Mentale” o “Non- Mente”. Questa condizione di Non-Mente, parimenti al concetto di Muga, non è un concetto negativo.

La mente, che qui viene negata, nel senso di superata, è la mente confusa, relativa, impaurita, offuscata e turbata da mille pensieri e stati emotivi, mentre la mente che viene affermata, attraverso questa negazione, è la Mente , cioè la Mente Assoluta , non concettualmente rappresentabile, e per questo sottesa o indicata attraverso una serie di negazioni; “non-questo”, “non-quello”, etc. Questa Non-Mente, che rappresenta il più alto livello di realizzazione possibile per un essere umano, non può agire, cioè non può passare dal piano dell'essenza a quello della funzione, senza il supporto di un Non-Io, Muga, che diviene la sua proiezione nel campo dell'azione. Quando Mushin agisce è Muga. Lo Zen è lo studio sistematico per raggiungere, col sostegno del rapporto diretto con un Maestro, questa condizione di Mushin e di Muga, che è detta “Zen Samadhi”.

 

Attraverso lo Zazen è possibile studiare, realizzare   e consolidare in modo stabile e sicuro questa condizione di Zen Samadhi. Nel   corso della propria vita, ogni essere umano può sperimentare condizioni di   libertà interiore, mentale e spirituale, che trascendono il senso limitato   dell'Io e della Mente Relativa, ma si tratta, per lo più di stati   condizionati, di brevi lampeggiamenti, di fugaci condizioni di coscienza, e   questa è la fonte cui va ad attingere l'Artista Marziale, o non Marziale,   della tradizione orientale.

D.: Maestro, qual è il rapporto tra Arte e “Kokoro”, e Zen e “Kokoro”?

R.: Quando questa condizione di Vuoto della Mente (KUSHIN) o di Non-Io (MUGA), prende un colore, una forma, quando lo percepiamo come vita emozionale, affettiva, pulsionale, questa vita del nostro “cuore” è nota come “KOKORO”. La normale condizione di Kokoro è troppo autolimitata per esprimere pienamente la creatività che interessa lo Zen; anzi, in questo senso, essa può addirittura rappresentare un ostacolo che si frappone tra il vero “Sé” dell'artista e la realizzazione della sua opera. Ma, quando questo Kokoro fluisce spontaneamente, direttamente connesso alla condizione di MUGA e KUSHIN, che a loro volta nascono dallo Zen Samadhi, allora, esso è noto come “MITSU NO KOKORO”. E, così come l'Acqua, assolutamente pura e libera nella sua intima essenza di elemento fondamentale dell'Universo, scorre, prendendo tutte le forme richieste dalle circostanze, aderendo a tutte le situazioni che incontra, senza attaccamenti, superando tutti gli ostacoli che trova sul suo percorso, così il libero cuore dell'Artista Zen esprime direttamente, nella forma che gli è propria, cioè il proprio “Do” (Budo, Chado, Shodo, Kado, etc.), il puro, incondizionato “Assoluto”, attraverso la forma “relativa”, con la quale in quel momento risuona.

D.: Maestro, ma in tutto questo, quale è il valore della tecnica?

R.: Tesshu Yamaoka, grande Maestro di Spada, adepto Zen illuminato, Maestro di Shodo, diceva a questo riguardo: “Esse sono come le due ruote di un carro”. La tecnica, lo spirito: entrambe sono necessarie perché il carro possa procedere; lo spirito da solo manca della forma necessaria per esprimersi, la tecnica, da sola, senza il supporto dello spirito, è priva di originalità e creatività, e diviene sterile tecnicismo, o vuoto formalismo. Vorrei aggiungere che, forse, potremmo ravvisare una analogia col rapporto che nell'essere umano esiste tra il corpo e l'anima. Esse sono, in vita, assolutamente inscindibili: ciò che lega e determina armonia e relazione tra loro è l'Energia, il Ki. Questo concetto, in giapponese, è reso dalla frase: “SHIN KI TAI ITOTSU DAKE”, cioè Mente, Energia e Corpo sono una cosa soltanto. Il corpo, privo di energia, non ha vita, e senza SHIN (Mente, spirito, anima, cuore) non ha la luce della Coscienza. Quindi il vero obiettivo di una Arte Tradizionale- ad esempio, il Budo- è coltivare, attraverso la ripetizione della giusta tecnica, la giusta forma nella quale un vero corpo umano possa esprimere la vera energia vitale - che è nella sua essenza, la stessa energia che permette l'esistenza di ogni forma vivente - , ed alla fine giungere, attraverso questo percorso, all'Illuminazione, che è il vero matrimonio tra corpo energia e mente.

D.: Questo percorso come si colloca nella cultura giapponese?

R.: Il percorso attraverso il quale l'essere umano forgia se stesso nella pratica di una Arte Marziale è noto come SHUGYO. Il senso ultimo di SHUGYO è quello di uno sforzo, compiuto anche con il corpo, a lungo nel tempo. Il vero SHUGYO dura tutta la vita, fino alla morte. Tutti i più famosi Maestri di Budo hanno praticato fino alla fine, per di più, con gioia e felicità. Tesshu Yamaoka è addirittura morto in Zazen e, dopo la morte, la sua posizione non è crollata. Questo è il vero esempio di SHUGYO.

D.: Qual è il motivo ispiratore di questa ricerca?

R.: C'è un nome per indicare il motivo ispiratore di questo “sforzo costante nel tempo”: il suo nome è BODAISHIN.

Ricordo, una volta, che durante una Sesshin, Hozumi Roshi disse: “Budo senza Bodaishin non è niente”. Bodaishin significa “Lo Spirito della Via”. Questo Spirito della Via è, appunto, la ricerca costante di perfezione ed automiglioramento. Questa ricerca per migliorare sé stessi avviene lungo la direttrice indicata dal MUGA, e dunque, non si tratta di un potenziamento del proprio “Io personale”, tantomeno di una pratica egoistica, volta alla riconferma di sé stessi, ma, al contrario, si tratta di migliorarsi all'interno di un movimento di espansione ed apertura del proprio sé, in armonia con le leggi che regolano il funzionamento dell'Universo. Questo è Bodaishin, cioè la luce interiore della nostra coscienza, che ci guida in un percorso di affrancamento dai nostri stessi attaccamenti, e di ricerca della vera conoscenza.

D.: Può lo Zen aiutarci a vivere meglio come esseri umani?

R.: Hozumi Roshi ha detto una volta in Sesshin: “In assoluto la cosa più importante è stare bene con sé stessi”. Quindi, la risposta è senz'altro sì. Per me è stato così, ma è tuttora così. Anzi, penso che questo possa essere vero più per lo Zen che per ogni altra Via di Meditazione. Questo aspetto è stato sottolineato in tutti i testi di Daisetz Teitaro Suzuki. Lo Zen riporta l'uomo con i piedi per terra; prende l'immagine del Santo Indù e lo trasporta sulla terra, mentre è immerso in tutti i problemi della sua vita quotidiana, tutti, indistintamente. Purtroppo, il mio personale parere è che chi si avvicina allo Zen per questo, se ne allontana per questo. Proprio perché è assolutamente vero questo assunto. Ciò vuol dire che la maggior parte delle persone sono insoddisfatte della propria condizione, ma quando scoprono che il solo cambiamento è quello che passa attraverso il confronto REALE con sé stessi, con gli altri e con il mondo – o, come diceva Rinzai, con le Circostanze – allora scappano. E cercano sistemi più teorici; quindi più gestibili. Ma quando sei nell'acqua,come il pesce quando nuota, sei l'acqua, e non lasci traccia, esattamente come l'uccello nell'aria, come amava spesso ripetere il Maestro Dogen Zenji. Noi siamo come pesci che passano il tempo a pensare di nuotare, o si interrogano sulla natura bio-chimica dell'acqua, o come uccelli che sognano di volare, ma non vogliono muovere le ali. Fermiamoci all'immagine dell'acqua. C'è la superficie e la profondità. E tu puoi stare in superficie o in profondità; in entrambi i casi, nessuno mai potrà dirti che tu non sei nell'acqua. Ora, lo Zen è così: c'è uno Zen di superficie, ed uno di profondità, e chi mai può sostenere che, da un punto di vista sostanziale, l'acqua della superficie sia diversa dall'acqua della profondità? Ciononostante, è evidente che superficie e profondità sono dimensioni diverse, quindi, certamente, lo Zen ti può aiutare, sia in superficie, che in profondità. Non a caso si dice che è “come il vasto Oceano”: più vi entri e più è profondo. Ma anche questa profondità è una prospettiva relativa; esiste un Koan che parla di due Buoi, uno bianco, ed uno nero, che entrano entrambi nell'oceano, e scompaiono. Questa è la NON-DUALITA ': la NON-DUALITA ' non è né superficiale, né profonda; è, semplicemente, la natura NON-DUALE dell'acqua. Questo è il Buddha. Allora, forse, alcuni, sentendo questo, pensano che non valga la pena di entrare in acqua, poiché forse non arriveranno mai in profondità, e, dunque, meno che mai, alla “Peraltro non raggiungibile” Natura NON-DUALE dell'acqua; ma l'errore di costoro, è non capire che nell'acqua ci sono comunque. Quindi, fondamentalmente, non c'è scelta. Non a caso, il Circolo dell'Esistenza, è chiamato SAMSARA, che è spesso paragonato al fluire d'un fiume. E, se vedi questo, dentro questa NON-SCELTA, puoi avere la gioia di scegliere. Così, ogni cosa è importante per te. Sulla superficie dell'acqua di un lago, il vento deposita la polvere, forse qualche gabbiano lascia cadere i suoi escrementi; tutto questo E' importante. Non c'è niente nella nostra vita che sia fuori della vita, e, dunque,non c'è niente che non sia assolutamente importante. Personalmente, credo che per chi si avvicini allo Zen per risolvere alcuni problemi della propria vita personale, la giusta prospettiva sia un profondo rispetto ed un atteggiamento positivo, che permetta, dentro una corretta postura, una corretta respirazione, ed un corretto atteggiamento mentale, di correggere noi stessi, e vivere con coraggio e sincerità, qualunque cosa si desideri fare. Nishida Kitaro –famoso filosofo fondatore della Scuola di Kyoto – disse: “Se tu fai Zazen, attraversi la tristezza e la felicità, ed, alla fine, arriva in una stanza del Cuore. Questa stanza del Cuore è molto profonda. Lì dentro non c'è né gioia, né tristezza, e questo, inizialmente, può disorientare: perché gioia e tristezza nascono da lì”. Quindi, se tu stai veramente lì, significa che gioia e tristezza nascono da lì; quindi, tu non sei quello, pur stando lì. E' qui la differenza dello Zen: se tu vivi gioia o tristezza senza essere lì, gioia e tristezza sono venti che ti squassano. Se invece sei lì, sei lì. Personalmente ritengo che la gioia e la tristezza debbano essere reali; se vedi un bimbo che piange, il pianto è reale, perché il bambino E' il suo pianto, completamente immerso nel suo pianto, e così nella gioia. E in questo modo non c'è problema; ma, se tu quando soffri, pensi che non vuoi soffrire, o, quando ridi, non ridi completamente, questa è la vera causa della sofferenza, poiché la vera causa della sofferenza è essere separati da noi stessi, non essere REALI. Quindi, alla fine, lo Zen non è essere distaccati dalle cose reali, ma è essere talmente immersi nelle cose, da esserne distaccati. Chi è completamente immerso nel vivere e morire è distaccato. E' lo SHIN JIN DATSU RAKU, che è l'altra faccia di SHIN JIN ZANMAI, ossia non ci può mai essere una Mente ed un Corpo lasciato, se prima non c'è una Mente ed un Corpo unito. Come diceva il Maestro Dogen Zenji: “Il pesce che nuota nell'acqua, nuota completamente, e l'uccello che vola nell'aria, vola completamente”.

D.: Che rapporto c'è tra l'esitazione nello Zen ed il “Suki” nel combattimento Marziale?

R.: Il “Suki” è un momento di Vuoto nella guardia di un Budoka, ma questo vuoto non è altro che un istante (cioè un intervallo spazio-temporale) di separazione o disunione del complesso Corpo-Mente-Energia del praticante. Quindi se sei “pieno” (cioè vuoto), non c'è Suki. In effetti questo Suki non è l'esitazione, ma si può esprimere, o può manifestarsi attraverso una esitazione; giacchè, se sei disunito, lo specchio della tua Mente non può riflettere nel giusto Ma lo stimolo che sorge, e questa è una esitazione. Ma l'esitazione è un effetto, non è una causa. Nello Zen, quando esiti, il Maestro ti “colpisce” (ad esempio emette un Kiai, oppure con una risposta, o ancora si gira e se ne va, ignorandoti), o ti “colpisce in controtempo”, perché ti offre, colpendoti in quell'istante, l'opportunità di percepire il tuo tempo-spazio di disunione. Se percepisci questo Ma, puoi percepire contestualmente il suo opposto, che è il Ma di Integrazione. Questo si chiama “apertura”, ed è l'anticamera del Satori. Se vai oltre, e trascendi entrambi questi Ma, c'è il Ma del Vuoto, il Satori. Però se sei stupido, che nello Zen vuol dire egoista, chiuso, insincero, quando il Maestro ti colpisce, ti difenderai, perdendo così l'opportunità di guardare la luna, e mentre resti a guardare il dito, il Maestro ti colpirà di nuovo, o, semplicemente, ridendo, se ne andrà. Anche nel Karate se ricevi un colpo in combattimento, questo è un insegnamento, se lo ricevi nel Suki. E con questo spirito bisognerebbe accogliere il colpo; ma, come nello Zen, se tu sei stupido,non farai così, e per questo sarai colpito di nuovo.

D.: Maestro, il Buddhismo è una religione che professa il rispetto per tutti gli esseri senzienti. Come possiamo collocare, in tal senso, la Tradizione del Budo rispetto allo Zen?

R.: Questa domanda ha varie opzioni di risposta, su piani diversi: storico, morale, e , diciamo, così “meta-morale”. Il Budo ,storicamente è l'interiorizzazione, nel senso dell'Autoconoscenza ed Autoperfezionamento, della Via del “Bu”, la Via della Guerra. Quando realmente i Samurai combattevano sui campi di battaglia, avevano in ogni istante di fronte a sé stessi il problema della vita e della morte.; non solo della propria, ma anche di quella degli altri. Inoltre, preoccuparsi troppo di questo problema, poteva significare non assolvere il proprio “giri” (dovere) o assolverlo male, per paura di morire,o per timore d'uccidere. Questo è un fatto, la vita è costituita di fatti, e lo Zen è l'arte di porsi diritti, aperti e sinceri di fronte al fatto. Quindi, cosa meglio dello Zen per questi guerrieri, per vivere e morire, dare la vita o la morte, (SAKKATSU-JITSAI, lett. “liberi di uccidere o restituire la vita”), secondo il loro Giri, che era il Bushido? Famosissimo in Giappone è il libro “Hagakure”, di Yamamoto Tsunetomo, il quale era un famoso samurai, che, per motivi connessi al dovere di fedeltà verso il proprio Daimyo, anziché fare Seppuku, divenne Monaco Zen, e dedicò tutta la sua vita all'approfondimento del rapporto fra Bushido e Zen. Anche il Maestro Takuan Soho scrive della famosa Spada Taya, che dà la morte e dona la vita. E nello Zen non si dice forse che se vuoi vivere, devi prima “morire completamente”? Al giorno d'oggi, non c'è una connessione diretta tra il Budo e la guerra. Inoltre, già ai tempi di Tesshu, il Giappone attraversava un periodo in cui già erano diffuse le armi da fuoco, e l'intera società giapponese aveva cominciato un percorso di modernizzazione, esercito compreso. In periodi come questo il lato “Do” prevale sul “Jitsu”, quindi la tecnica marziale viene studiata, non soltanto rispetto alla sua capacità di dare la morte, ma, soprattutto, rispetto alla sua capacità di favorire una trasformazione del Corpo-Mente nel senso della Via. E', quindi, l'Arte come condizione totale di esistenza. In questo contesto il ruolo dello Zen è di primaria importanza, perché la Pratica dello Zen favorisce la realizzazione di una condizione di esistenziale di assoluta purezza e trasparenza, tale da riflettersi in ogni momento dell'esistenza. E dunque, la relazione con una concezione dell'Arte, in questo caso Marziale, così totalizzante è assoluta. Circa il rispetto degli esseri senzienti, il Buddhismo ha cercato, attraverso lo Zen, di ispirare anche nei Samurai il senso della Compassione e del rispetto della vita, misurandosi così con la condizione reale di una società feudale, interamente fondata sui valori del Budo. Quando, durante la Seconda Guerra Mondiale,il Giappone è entrato in guerra, lo Shintoismo è stato nazionalizzato ed ha ispirato una visione del Bushido finalizzata al coinvolgimento della popolazione giapponese nella guerra contro gli Americani. Lo Zen, ed in generale il Buddhismo, si è opposto come ha potuto, e finchè ha potuto, all'entrata in guerra del Giappone. Molti Maestri Zen hanno anche vissuto momenti difficili. Poi, il Buddhismo ha operato dall'interno, come è nella sua natura, che è quella di confrontarsi con i fatti reali dell'essere umano. Credo che sia anche utile considerare che lo Zen, storicamente, è nato nel Monastero di Shaolin, che è anche il luogo dove, storicamente, sono nate le Arti Marziali Cinesi, da cui poi, attraverso un particolare percorso, sono derivate alcune di quelle giapponesi. Questo vuol dire che sin dall'origine esiste una connessione storica fra lo Spirito Marziale e lo Zen. Naturalmente le Arti Marziali di Shaolin erano praticate dai monaci, nell'ambito di un percorso di crescita spirituale. Non dimentichiamo che tradizione vuole che Bodhidharma, giunto nel Monastero di Shaolin, dopo aver constatato lo stato di prostrazione psico-fisica nella quale versavano i monaci, provati da lunghe sedute di meditazione, insegnò loro un metodo chiamato “Ekkinkyo”, di origine Indiana, che è assimilabile ai nostri Katà Marziali. Infine, dovremmo ricordare che Buddha Shakyamuni proveniva da una Casta Guerriera, la Casta Kshatrya , e che lo Spirito della sua ricerca spirituale è pervaso da un senso di intenso impegno psico-fisico-spirituale, tale da averlo condotto sulla soglia della morte. Ricordiamo il suo Voto, pronunciato sotto l'albero della Bodhi: “ Non mi alzerò da questo luogo, fino a che non avrò raggiunto l'Illuminazione”. Una battaglia con sé stesso, che si è risolta con l'Illuminazione, dopo la quale egli è stato universalmente indicato con l'epiteto “Il Vittorioso”. Infine, ricordiamo quando, nel Medio Evo giapponese, i Maestri Zen solevano ricordare ai propri monaci che avrebbero dovuto sedere sullo Zafu, con lo stesso spirito con cui i Samurai affrontavano la morte in battaglia. Deshimaru Roshi ricordava spesso che lo Zen è una questione di vita o di morte. Credo che vi sia a sufficienza, per tentare di cogliere questo nesso.

D.: Cosa vuol dire “MOTTAINAI”?

R.: E' uno degli insegnamenti che ho ricevuto personalmente da Hozumi Roshi, durante una Sesshin. MOTTAINAI, vuol dire “non sprecare nulla”, ed è una frase idiomatica della lingua giapponese, normalmente usata più con riferimento a cose concrete, quali il cibo, o altre cose materiali della vita. Già questo aspetto, è in realtà molto importante, perché sottintende un profondo rispetto per ciò che ci consente di vivere, che a volte giudichiamo superfluo, e che, per altre persone, potrebbe significare la differenza tra la vita e la morte; ma, inoltre, dentro “Mottainai”, c'è il rispetto anche per l'ultimo chicco di riso che hai nel piatto, che ha la stessa dignità di tutti gli altri che hai mangiato, senza esserne consapevole. In realtà, quel chicco di riso riflette in sé il riso di tutto il mondo, veramente uno senza l'altro non potrebbe esistere. Suzuki Shunryu Roshi andava personalmente a fare la spesa al mercato, e di solito acquistava sempre le verdure peggiori, quelle che nessuno voleva, o, addirittura, gli scarti; perchè, diceva, che in quel modo quelle verdure avrebbero espresso la loro “funzione e dignità”,servendo, addirittura, come cibo a dei Bodhisattva. Lui stesso, era stato soprannominato dal suo Maestro So On Roshi, “Cetriolo Storto”, perché diceva che fosse forse il peggiore tra i suoi allievi. I fatti, però, dimostrarono che questo “Cetriolo Storto”, che il suo Maestro non aveva buttato via, ma aveva invece trattato con rispetto, era poi diventato un grande Maestro. Dunque, alla fine, Mottainai significa rispetto per tutto ciò che esiste, significa che ogni cosa ha una sua ragione ed una sua funzione, inscindibile dal tutto. Inoltre noi possiamo estendere il significato di Mottainai a tutti i momenti della nostra vita, a tutte le esperienze della nostra vita, alla nostra vita stessa. Quindi, se applichiamo Mottainai alla nostra vita possiamo comprendere quanto essa sia preziosa, mentre la stiamo vivendo, e non dopo che ci sia sfuggita di mano, lasciando così spazio a rimpianti e tristezze. L'altra faccia del Mottainai è “QUI ED ORA”, perché se, quando ti trovi in una data situazione, non sei lì veramente, stai sprecando quel tempo e quello spazio della tua vita. Anche quando lasci un sorso di vino nel bicchiere dopo un brindisi, fatto con gli altri, stai sprecando, non solo il vino, ma la qualità emotiva di quel momento, perché il tuo egoismo prevale sull'armonia della situazione. In quel caso “non mi va”, non ha alcun valore; ciò che ha valore è il momento dal quale ti sei posto fuori. Quando sei sul Tatami, e non ti alleni al tuo meglio, stai sprecando una occasione importante, che, certamente, non tornerà mai più. Questo è il senso più profondo di “Mottainai”: stare sempre, completamente, nel “QUI ED ORA”, non solo il tuo, ma anche quello degli altri, e persino degli oggetti cosiddetti “inanimati”, e delle cose che ci circondano.